Partecipa alla Terza Edizione di Breve come un secolo il celebre filosofo italiano, particolarmente attento alla pop-sofia ed alle contaminazioni del sapere col cinema e l’arte.

 

Decisamente fuori dagli schemi ordinari la lezione del professor Curi tenuta nell’Aula Magna del Liceo Scientifico G. Rummo l’11 febbraio 2015. A metà tra lectio magistralis, tenendo conto dell’altezza del relatore, e lezione-spettacolo, quello con Umberto Curi è stato un vero happening per gli studenti del Rummo: sui due maxischermi presenti in sala compariva un enorme videobox interattivo con numerose locandine. Cliccando su ogni locandina era possibile selezionare una clip, che permetteva al relatore di trovare lo spunto per avventurarsi in sorprendenti considerazioni filosofiche. Così, i ragazzi selezionavano temi e clip, ed il celebre filosofo, peraltro sostenitore dell’impiego del cinema nella didattica della filosofia, spaziava da Leibniz ad Heidegger, da Agostino a Derrida, coinvolgendo gli studenti in appassionanti quanto incredibili ragionamenti.

Due ore di filosofia sono interminabili, se si pensa ad una disciplina austera e cerebrale, come veniva considerata fino a poco tempo fa, ma non se sono affrontate con la perizia e la competenza di chi, come Umberto Curi, professore emerito della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Padova, sa rendere la complessa materia fruibile e meravigliosamente vicina alla realtà. La sua lezione si inserisce nel progetto che il Dipartimento di Filosofia del Liceo Scientifico G. Rummo porta avanti da tre anni. Breve come un secolo è, infatti, il corso di Cinema & Filosofia che gli insegnanti del Rummo tengono con successo, coniugando la visione di film con la spiegazione di importanti teorie filosofiche.

Curi ha sottolineato la valenza del cinema come strumento di formazione culturale, mettendone in luce la funzione determinante nella crescita intellettiva e nella promozione della riflessione filosofica. Proprio attraverso il film e le immagini si riescono a cogliere microscopici dettagli e spunti per poter scovare dentro il nostro essere ciò che pensiamo o proviamo e che non siamo capaci di esternare. L’emozione dell’immagine non mostra certo verità assolute, ma spinge a porsi domande con le quali è possibile intravedere un senso o una soluzione a ciò che turba maggiormente.

Il tema di esordio è il tempo: cosa è il tempo, si chiede il filosofo attraverso la prima clip selezionata dagli allievi: il primo film preso in considerazione è 21 Grammi, di Alejandro González Iñárritu, che scompone il tempo narrativo, violandone i canoni tradizionali, ed enfatizza i temi trattati ricorrendo ad un montaggio decostruttivo e destabilizzante. Curi ha presentato con maestria le tematiche fondamentali poste dal film, soffermandosi, in un primo momento, proprio sul tempo. Cosa è il tempo allora? “Se nessuno me lo chiede so di cosa si tratta, se qualcuno me lo chiede non so cosa rispondere”: così Sant’Agostino scriveva nelle sue Confessioni. Crediamo di sapere cosa sia, pensiamo di poterlo imprigionare in un quadrante di un orologio, come se fosse qualcosa di esterno a noi. Ma è davvero riducibile alla misura degli orologi o è più sfuggente, più misterioso? Forse il tempo dipende dal nostro modo di viverlo, è qualcosa che cammina insieme a noi, è il dono più prezioso che ci è stato regalato, forse è ciò che di più esauribile abbiamo, forse è il filo conduttore che intercorre tra l’inizio della vita e la morte. E dopo un indugio sul titolo del film, che, come si sa, allude al peso dell’anima, come si legge anche sul relativo manifesto,il filosofo ha spiegato il perché delle tinte cupe e dei toni drammatici del lavoro, in cui al tema della tragicità della morte si affianca il problema di perseguire una vendetta personale per la morte dei nostri cari.

Umberto Curi cita Jacques Derrida, secondo il quale “le uniche cose che si possono perdonare sono quelle imperdonabili”. Il forte ossimoro, quasi enigmatico, racchiude in sé la validità del perdono. Perdonare è l’atto più difficile, estremo e puro che si possa compiere: perdonare situazioni e azioni del tutto veniali è inutile, è qualcosa che tutti e proprio tutti potrebbero eseguire. Ma perdonare, nel vero e nel massimo senso della parola, è per le cose assolutamente inammissibili, è per coloro che riescono a superare, non a dimenticare comportamenti e atti che spesso si aggrappano stretti alle scapole e lacerano dentro.

Si passa, poi, a commentare il film di Clint Eastwood Gran Torino, che ha la particolarità di un finale in cui si crede che la vendetta personale prenda il sopravvento: lo spettatore si aspetta che il protagonista Walt Kowalski, interpretato da un Clint Eastwood lontano dagli stereotipi cui ha abituato il suo pubblico, estragga la sua pistola per battersi contro il gruppo di teppisti che avevano aggredito e violentato una ragazza a lui cara. Walt, di fronte ai suoi nemici, non fa altro che tirar fuori il suo accendino e morire, trafitto da decine e decine di colpi, sapendo della presenza di testimoni. Eastwood, incarnando la figura, quasi paterna, e desiderosa a tutti i costi di giustizia per quella famiglia abusata, offesa ed umiliata, preferisce immolare se stesso per qualcosa più grande di lui. Sceglie di far trionfare la vita attraverso la sua morte, sceglie di combattere contro la violenza non con altro sangue, ma con il suo forte desiderio di far prevalere il giusto su qualcosa di privo di logica, di morale e di buon senso.

E continuando con il tema della violenza, gli studenti affrontano insieme al professore Curi l’esegesi di film come Nella Valle di Elah, di Paul Haggis, ed Elephant, di Gus Van Sant. Il primo film coinvolge, il secondo strania.Curi ricorre al mito di Prometeo incatenato per fornire la sua chiave di lettura: Prometeo, per aver donato il fuoco agli uomini, subisce la collera di Zeus e viene incatenato ad una roccia dal Potere (Κράτος) e dalla Forza (o Violenza, Βία) che lo hanno catturato. In questo mito Βία, ovvero la violenza, è in silenzio, basta la sua presenza a far sì che la scena sia dura. E proprio come nel mito, anche nella nostra realtà, la violenza non parla, non si espone, ma ha la forza di essere presente in ogni dove, nonostante sia inefficace ed inutile. E il silenzio della Violenza è fortemente avvertibile nelle potenti scene di Elephant.

Per alleggerire la lezione i ragazzi selezionano altri argomenti, ricorrendo alla visione di clip tratte da film come Moulin Rouge, di Baz Luhrmann, e Adele H. Una storia d’amore, di François Truffaut. Il primo, ispirato alla Traviata di Verdi, potrebbe sembrare un film di intrattenimento, un musical scontato e banale, ma in realtà cela una grande opera, finalizzata a raccontare la drammaticità di una storia d’amore, in cui il binomio amore-morte è il reale protagonista. Del secondo, invece, viene commentata la sequenza finale, di forte impatto: la giovane Adele Hugo è riuscita dopo mille ostacoli a trovare il suo uomo, ma quando lui la riconosce e vuole parlarle, lei è impassibile e sembra che non riesca a vederlo neppure. L’interpretazione corrente porta alla considerazione della donna accecata dalla pazzia, ma Curi spiazza il pubblico, sostenendo che Adele non è pazza, ma è guarita, poiché lei era innamorata non del tenente, ma dell’idea stessa dell’amore, delle inaspettate e uniche sensazioni che l’amore le avrebbe portato, dell’“amore intransitivo”, quello che fa amare il proprio amore, quello che fa amare la condizione in cui si è, e non l’oggetto in sé.

Sono passate in fretta le due ore con Curi, attraverso riflessioni che hanno avuto un importante effetto sui ragazzi, vicine come sono alla loro quotidianità, nonostante i giovani siano spinti a vedere la realtà con occhi diversi. Dalla morte al perdono, dalla vita all’amore, dalla passione all’odio, dalla rabbia alla gioia…

Grandi applausi per Umberto Curi alla fine della lezione, e da parte degli allievi dello Scientifico Rummo la consapevolezza di poter avere qualche strumento in più per intraprendere un percorso di introspezione più sapido e coinvolgente.

 

Valentina Montini

Studentessa del Liceo Scientifico G. Rummo

da Il Sannio quotidiano, 14 febbraio 2015

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